The Mussolini Canal su The Sunday Herald

[Recensione di The Mussolini Canal sul Sunday Herald firmata da Rosemary Goring]

In the week that the last old-style Man Booker prize was awarded, one can’t help wishing that in its bid to widen its horizons, the prize organisers had decided in future to include English translations as well as all works in English published in Britain.

Were that the case, a novel such as The Mussolini Canal would be a shoo-in.

Winner of Italy’s prestigious Strega Prize in 2010, this is Antonio Pennacchi’s second novel, his first, Il Fasciocomunista, having won the Premio Napoli. As the labyrinthine story unfolds, the reader scarcely needs Pennacchi’s prefatory note that: “For what it’s worth, this is the book I came into the world to write.” In every line The Mussolini Canal feels personal, as if its plot and cast emerge not from the writer’s imagination but from his marrow. A hefty work, of more than 500 pages, it is so beguiling one does not want it to end. Rambunctious and picaresque, it is the story of a generation of poverty-stricken peasants from the Veneto and Tuscany, who were enticed south in the 1930s by the promise of land in the dreaded Pontine marshes, near Rome. Until that time, nobody sane would have gone there, the place a mosquito-infested swamp. But under Mussolini’s fledgling rule, the marshes were properly drained for the first time in history, allowing land to be reclaimed, and many lives with it.

The author, a former nightshift factory worker who only left that job when his writing brought him success, is the descendant of those who migrated. Recounted in the first person by a spirited but unnamed narrator, The Mussolini Canal offers an affectingly vivid portrait of Italy at a time when it was, as the narrator says, the laughing stock of Europe. The Peruzzi clan at the heart of the story do not like to be laughed at, nor do they enjoy going hungry. As their story unreels, it becomes clear why they, and so many others, enthusiastically embraced Fascism.

To his listener’s occasional interjections and protests, the narrator replies: “There’s never been freedom in Italy, so how could Fascism have done away with it?” Later he describes the tomatoes, specially selected by Il Duce to grow on the Pontine marshes, of which the children would parrot: “These tomatoes are quite simply better. They’re modern, and they’re fascist.” Years later, when the enchantment had faded, the narrator reflects, “But now, I’m told – and this may not be true, you could try looking into it more thoroughly – they use the skins of [these] tomatoes to make bullet-proof vests.”

Disillusionment extended far beyond tomatoes, but the Peruzzi family for all their flaws – violence, murder, theft and lust – remained unswervingly true to themselves throughout this period, exhibiting a rare sort of honesty in their dealings, whether nefarious or saintly. One other constant is their courage.

As the story ducks and weaves, a carousel of Italian domestic life and politics emerges. Anchoring the tale are the grandparents, Peruzzi senior a gentle man who is good with children, his wife both beautiful and gutsy. Rumour has it that she slept with Mussolini. Il Duce may have wished he had, and she certainly flirted with him whenever he visited, but she would never have betrayed her husband, whose death years later led within days to her own.

The offspring of these turtle doves, and their many cousins, created a tribe so vast that “soon there’d be enough of us to work the whole of the Po Valley on our own”. In those days, children were cheap labour. Quick to grow up, they could be found imitating their fascist forebears before they could walk: “In our houses, even the youngest children, those who were still crawling around on their hands and knees … moved around under the table with knives between their teeth.”

One such was Uncle Pericles, around whom the novel revolves. A thug, a family man, as short-tempered as he is brave, he is a model fascist, and a tender husband. As the reader follows him from headstrong youth to the battlefields of Italy, the novel’s grip tightens. How could the Peruzzis cope if Pericles perished?

Though The Mussolini Canal is a keyhole on the most venal, dark period of Italy’s modern history and those who played a role in its shaping, it is above all a depiction of the peasantry whose life in this era had barely changed in essentials – and hardship – since the middle ages.

Brilliantly controlling his material, retracing his steps, repeating stories from fresh angles, or simply reminding the reader of what they already know, Pennacchi’s style holds an echo of early Gunter Grass, but is infused with a spirit and tone that are entirely original. High among its charms is his rich vein of humour, a mordant leavening to otherwise grim material, as the Peruzzi family picks its way through the debris of half a century of troubles.

Gathering pace slowly, as one grows familiar with its dizzying cast and the tale’s back and forth telling, it builds in tension like a spring being tightly coiled, creating a vigorous, unrepentant, anarchic picture of a clan surviving despite chaos all around. It is a truly fine novel, demonstrating a remarkable talent, Antonio Pennacchi’s high ambition matched word for word by his artistry.

28

10 2013

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  1. 1

    Ecco – come al solito – la mia traduzione:

    VITE IN MISERIA

    Nella settimana in cui è stato consegnato l’ultimo Man Booker prize della vecchia formula [fino a oggi il Booker prize premiava solamente cittadini del Commonwealth, Irlandesi o dello Zimbabwe, dal prossimo anno sarà aperto a tutti gli scrittori del mondo che abbiano pubblicato in inglese nel Regno Unito N.d.T] non ci si può esimere dallo sperare che nella prospettiva dichiarata di allargare i propri orizzonti, gli organizzatori decidano per il futuro di includere le traduzioni inglesi così come hanno già inserito tutti i libri in inglese pubblicati nel Regno Unito.

    Nel caso, un romanzo come Canale Mussolini sarebbe una bella dritta.
    Vincitore del prestigioso Premio Strega nel 2010, questo è il secondo romanzo di Antonio Pennacchi, il precedente, Il fasciocomunista, vinse invece il Premio Napoli. Nel dispiegarsi della labirintica storia il lettore non ha certamente bisogno della nota nella prefazione di Pennacchi che dice “per quel che vale, questo è il libro per il quale sono venuto al mondo”. Canale Mussolini è intimo in ogni sua riga, come se la trama e i personaggi non affiorassero dall’immaginazione dello scrittore ma dal suo midollo. Un lavoro ponderoso di più di 500 pagine ma così seducente che non si vuole mai arrivare alla fine. Turbolento e picaresco, è la storia di una generazione di contadini veneti e toscani colpiti dalla povertà allettati negli anni 30 dalla promessa di una terra nelle paludi Pontine prosciugate, vicino Roma.Fino ad allora nessuno si era azzardato ad abitare quei luoghi, paludi infestate dalle zanzare. Ma durante i primi anni del governo di Mussolini le paludi vennero completamente prosciugate per la prima volta nella storia, e le terre bonificate permisero a molti di insediarsi in quei luoghi.
    L’autore, un operaio ai turni di notte in fabbrica che ha lasciato il suo lavoro quando la scrittura lo ha portato al successo, è un discendente di questi migranti. Raccontato in prima persona da un narratore vivace ma senza identità. Canale Mussolini offre un commovente e vivido ritratto di un’Italia che al tempo dei fatti narrati era, come dice il narratore, lo zimbello d’Europa. Al clan dei Peruzzi, il cuore della storia, non piace che gli si rida dietro, né si divertono a essere affamati. E nello svolgersi della loro storia appare chiaro il motivo per cui loro, e molti altri con loro, abbracciarono entusiasticamente il fascismo.
    Alle occasionali proteste e intromissioni del suo interlocutore, il narratore risponde: “Non c’è mai stata molta libertà in Italia, che t’ha potuto levare il fascismo?” Più tardi descrive i pomodori, scelti direttamente dal Duce per essere coltivati nelle Paludi Pontine, e i bambini ripeteranno a pappagallo: “Questi pomodori sono meglio. Sono moderni e sono fascisti”. Anni dopo, quando l’incantesimo svanisce, il narratore riflette: “Ma adesso mi dicono – ma potrebbe non essere vero, bisogna che questa cosa la controlli meglio – che usano la buccia di questi pomodori per fare i giubbotti antiproiettili”.
    Il disinganno si estese molto oltre i pomodori, ma i Peruzzi con tutti i loro difetti – violenza, omicidi, furti e lussuria – rimasero fermamente fedeli a sé stessi durante questo periodo, mostrando nei loro comportamenti una onestà rara, che siano malvagi o da santi. L’altra costante è il loro coraggio.
    Nel dipanarsi della storia emerge una giostra di vita domestica e politica italiana. Il punto di ancoraggio della storia sono i nonni, il Peruzzi anziano è un uomo gentile, buono con i bambini, e sua moglie, bella e forte. Le chiacchiere dicono sia andata a letto con Mussolini. Il duce potrebbe averlo desiderato, e lei sicuramente ha flirtato con lui quando è capitato a visitarli, ma lei non ha mai tradito il marito, la cui morte anni dopo ha preceduto di pochi giorni la sua.
    La prole di questa chioccia, e i loro molti cugini, ha generato una tribù così vasta che “presto saremmo stati così tanti da poter lavorare l’intera valle del Po con le nostre mani”. In quei giorni i bambini erano mano d’opera a buon mercato. Precoci nella crescita li vediamo imitare i loro progenitori fascsti già prima di imparare a camminare: “a casa nostra anche i bambini più piccoli, quelli che ancora camminavano carponi sulle ginocchia e sulle mani… si muovevano sotto il tavolo col coltello tra i denti”.
    Uno di questi era zio Pericle, intorno al quale ruota il romanzo. Un facinoroso, un uomo di famiglia, irascibile quanto coraggioso, è un fascista modello e un marito affettuoso. Mentre il lettore lo segue dalla gioventù testarda ai campi di battaglia la presa del romanzo si stringe. Come potrebbero farcela se Pericle morisse?
    Anche se Canale Mussolini è uno squarcio sul periodo più corrotto e oscuro della storia moderna italiana e su coloro che giocarono un ruolo nella sua formazione, è però soprattutto una descrizione dei contadini la cui vita a quei tempi era cambiata di poco, nei punti essenziali – e nella sofferenza – rispetto al Medioevo.
    Nel brillante controllo del suo materiale, ripercorrendo i suoi passi, ripetendo le storie da nuovi punti di vista, o semplicemente ricordando al lettore ciò che già conosce, lo stile di Pennacchi riecheggia quello del primo Gunter Grass, ma è infuso di uno spirito e di un tono che sono del tutto originali. Tra i tratti più affascinanti c’è la sua ricca vena umoristica, un impregnante caustico per un materiale altrimenti macabro, mentre i Peruzzi scelgono la loro via attraverso le macerie di mezzo secolo di problemi.
    Guadagnando adagio il giusto passo, mentre il lettore familiarizza con il numero da capogiro dei personaggi e l’avanti e indietro nel tempo del racconto, costruisce la tensione come una molla che viene avvolta e tesa al limite, e crea un quadro energico, incorreggibile e anarchico di un clan che sopravvive nonostante il caos che impera intorno. È un romanzo veramente bello, che dimostra un notevole talento, l’ambizione di Antonio Pennacchi rispecchia parola per parola la sua arte.



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