Mammut

Ho cominciato a scrivere Mammut la sera del 3 novembre 1986 all’età di 36 anni compiuti e cinque mesi dopo che era morto mio padre. L’ho scritto a penna – con una penna stilografica a cartucce blu comprata alla Standa – su tre quadernoni grossi. Man mano che andavo avanti, ogni tanto lo battevo a macchina. Ho finito il 26 giugno del 1987.
L’ho riguardato, ricorretto, fatte le fotocopie, rilegato da solo ogni volume con il vinavil, riempito il bagagliaio della macchina, caricati moglie e figli – Marta e Gianni erano ancora piccoli: Gianni 3 anni, Marta 9 – e partiti tutti per Milano ai primi di luglio con la Fiat 127 gialla a fare il giro degli editori. Mi pensavo – che ne so? – che se ci andavo di persona era meglio.

Comunque è stata la prima e unica nostra vacanza e ci siamo divertiti. “Mo’ vedrai quando papà diventa ricco” dicevo ogni tanto ai miei figli di dietro. “Pensa a guidare”, faceva Ivana. Invece no. Ai primi di ottobre sono cominciate ad arrivare le lettere: “Non rientra nella nostra linea editoriale”. Ed è andata avanti così per otto anni. Non naturalmente che io per otto anni – vuoi da solo o vuoi con tutta la famiglia – abbia continuato a presentarmi di persona a suonare ai campanelli delle case editrici. “Ma chi è, ancora quello?”, pare facessero tutti quanti. No, oramai m’ero fatto furbo e glielo spedivo per posta. E ogni volta che tornava indietro, glielo rimandavo. Certo gli cambiavo il titolo, mica ero stupido. Ma tu immagina quelli, quando rileggevano le prime pagine: “Ancora questo?”. Per otto anni. Loro a rispedirmelo e io a rimandarglielo. 55 rifiuti alla fine, da 33 editori diversi. Tutti gli editori italiani dai più grossi ai più piccoli. Nessuno escluso. Ma non m’hanno voluto. Mo’ che vanno cercando? Non debbo pubblicare con Mondadori perché è di Berlusconi? Ma vammoriammazzato va’, a te e Berlusconi. (Non ho mai neanche avuto un agente. Li ho cercati. Ma pure loro non m’hanno voluto.)
Va anche detto, però, che non è che ogni volta glielo rimandassi uguale. Quando vedevo nella cassetta delle lettere il pacco o il biglietto “Non rientra nella nostra lnea editoriale”, certo era una coltellata. Ripetuta 55 volte. Ma non mi sono mai buttato giù, mai arreso e se qualche amico diceva “Vabbe’, ma prova a scriverne un altro”, non avevo esitazioni: “Tu sei scemo. Se non va bene questo, è inutile che mi metta a farne un altro. E’ questo che debbo aggiustare”. E così – lavorando a sottrazione, asciugando, limando e rilimando, riscrivendolo più volte per tutti gli otto anni (secondo Orazio in realtà ce ne vorrebbero nove) – dalle trecento pagine iniziali sono arrivato alle 160 della stesura definitiva.
Poi finalmente è capitato tra le mani di Ornella Mastrobuono, che era all’epoca editor di Donzelli, e – chissà com’è – all’improvviso è piaciuto a tutti. Un successo di critica unanime all’uscita. Non così di pubblico. Ma grazie per sempre a Ornella e grazie anche a Donzelli, con cui il rapporto però – anche personale – s’è chiuso. Così sono, purtroppo, le umane cose.
Intanto m’ero iscritto – anche in seguito alle strane vicende narrate in Mammut e ad un periodo di cassa integrazione – all’università. Poi m’avevano richiamato in fabbrica e l’università l’ho finita – sia gli ultimi esami che la tesi su Benedetto Croce – lavorando di notte alle bicoppiatrici, coi compagni che spesso s’alternavano, portando avanti loro anche le macchine mie: “Vai un po’ a studiare, va’”. E io sul bancone coi libri e con loro che mi pigliavano in giro: “Ma a che ti servirà tutta sta scienza?”.
Mi sono laureato in lettere alla Sapienza di Roma il 27 aprile 1994 – 110 e lode – con tutto il Consiglio di fabbrica della Fulgorcavi riunito intorno a me e a Mario Scotti, il mio professore.
Negli stessi giorni andava in stampa e usciva in libreria Mammut.
Il testo che qui si ripropone è lo stesso d’allora. Non ho voluto cambiare una sola virgola. Oggi scrivo in maniera diversa. La prosa è meno frammentata. C’è meno rabbia, dentro, forse. Ma un po’ più di saggezza. Più pietas. Mammut però è quello, e quello resta. E’ l’unico dei miei libri – mi verrebbe da dire “figli” – che non voglio più toccare. Non bastano gli otto anni che ci ho già speso? Io è lì che ho imparato il mestiere.

* * *
Questo libro è stato scritto quando c’era ancora l’unità sindacale. Anzi, c’erano pure ancora a questo mondo l’Unione Sovietica e i paesi del blocco socialista, e l’Albania era sola come un cane. Era l’Albania di Enver Hoxa ancora, che dopo avere litigato con l’Unione Sovietica aveva pure litigato con la Cina maoista. Nessuno gli dava più niente. Né una goccia di petrolio né una stilla di caucciù. Cose peraltro che loro neanche volevano. Volevano restare soli e basta – “meglio soli che male accompagnati” – asserragliati in mezzo a tutto l’universo, gli unici rimasti puramente marxisti-leninisti per davvero. Oltre a noi della Fulgorcavi, ovviamente.
Il sindacato era ancora unitario in Italia. Cgil, Cisl e Uil non si sarebbero mai sognati di andare a firmare un contratto o un accordo, ognuno per conto suo. C’era già stata in realtà l’avvisaglia della “notte di S. Valentino” sui due punti di scala mobile, e poi il referendum per abrogarne l’accordo, promosso dalla componente comunista della Cgil. Io stavo con loro, ma è lì che è irrimediabilmente cominciata la rottura dell’unità sindacale. All’inizio non fu immediata, poiché nelle fabbriche c’erano ancora i “Consigli dei delegati”. Ogni reparto eleggeva il proprio delegato su scheda bianca, e il delegato poteva anche essere un non iscritto al sindacato. Non erano quindi le singole organizzazioni a scegliersi i rappresentanti, ma erano Cgil, Cisl e Uil che tutte assieme dovevano confrontarsi con quel Consiglio eletto dal basso. Era democrazia diretta e si chiamava proprio il “sindacato dei consigli”. Una specie dei soviet.
Dice: “Ma eravate un po’ matti”.
Sì, forse.
Io ancora fino al 1978 – ma anche dopo, fino all’80, all’81 – pensavo di stare a lavorare per la rivoluzione, che la fabbrica fosse la nostra, non del padrone, e che prima o poi ci saremmo riusciti a costruire un mondo nuovo di giustizia e fraternità fra tutti, senza più lo sfruttamento capitalistico. Ero ancora un “antagonista” – come si suole dire – e il nostro era, appunto, un sindacalismo antagonista.
Diventiamo “socialdemocratici” – e io pure togliattiano e riformista – nel 1981, quando la fabbrica entra in crisi e rischia di chiudere. E’ lì – quando la fabbrica l’abbiamo dovuta gestire noi, perché restasse aperta e restasse sul mercato – che ci mettiamo a fare i conti con le compatibilità aziendali e l’economia di mercato stessa. Che altro potevamo fare? La facevamo chiudere?
Poi è andata come è andata. Sta tutto scritto nel romanzo. La fabbrica è rimasta aperta altri trent’anni. L’hanno chiusa adesso, nel 2010. E se il fatto d’averla tenuta tutti assieme aperta allora è uno dei più bei ricordi e soddisfazioni della mia vita, il fatto che l’abbiano chiusa adesso è uno dei dolori più grandi. Io – come ogni operaio – le volevo bene alla mia fabbrica, ai suoi reparti, alle macchine. E ogni tanto, di notte, mi sogno che mi richiamano a lavorare. A volte mi dà ansia, perché debbo superare un’altra volta il periodo di prova. Ma il più delle volte è gioia pura, perché sto coi miei compagni, anche quelli che non ci sono più, e lavoro alle mie macchine, la Maillefer 120, i siluri, lo Shaw, la conica. Certe volte pure la Smalteria.

Da allora, però, in Italia il sindacato s’è sempre più diviso. Tutti e tre assieme – Cgil, Cisl e Uil – hanno dato l’assalto al “sindacato dei consigli”, quello unitario, ed hanno teso a salvaguardare ognuno la propria e singola organizzazione, entrando in concorrenza continua tra di loro per acquisire i consensi, il potere e soprattutto le tessere, coi relativi soldi. E’ il principio d’ogni burocrazia d’altronde: giustificare e alimentare sé stessa.
Quando un sindacato si spacca, però, l’unico che ne trae vantaggio – oltre alle burocrazie suddette – è il padrone, non l’operaio o il lavoratore in genere. Dei due tronconi che restano, difatti, è inevitabile – è proprio una legge fisica dei movimenti di massa – che uno si sposti su posizioni sempre più oltranziste: “Io sono il migliore, sono quello che non si piega mai, venite con me perché sono l’unico che non si vende” e se gli altri firmano un qualunque accordo, lui dice sempre che si poteva ottenere di più, sono gli altri che se lo sono svenduto. E meno firma accordi lui – e più lui fa il duro e puro, l’unico “pulito” – e più firmano gli altri.
Gli altri difatti – è sempre una legge della fisica sociale – più lui va a sinistra e più loro vanno a destra. Firmano tutto, firmano anche al ribasso magari, ma firmano, perché se lui il consenso se lo costruisce gridando “Voglio di più!”, loro se lo debbono costruire per forza attraverso il potere e i favoritismi aziendali. “Vuoi il trasferimento da un reparto all’altro, vuoi il cambio turno, vuoi la categoria? Devi venire con me, ti ci porto io dal capo del personale”. Poi è chiaro che quando è l’ora di firmare, il capo del personale gli fa firmare quello che gli pare.
Ergo, quando il sindacato si divide è inevitabile che una parte si vada a vendere l’anima al padrone, mentre l’altra se la vende al diavolo. E l’unico che paga per tutti è l’operaio, perché il padrone passa in mezzo alle divisioni come un carro armato. T’affila col rasoio.
Dice: “Ma quello ha dalla sua le ragioni della produttività”. Ho capito, ma esisteranno pure, a questo mondo, un pizzico di ragioni per le ragioni operaie?
Un operaio è prima di tutto una persona. Ma questo nelle fabbriche se lo scordano spesso. Non te lo devi scordare più, padrone mio, perché quando quella persona si mette la tuta, tutti là dentro gli danno del tu. Se invece hai il càmice o la giacca, ti danno del lei. Ma se quel povero operaio ha poi la fortuna che gli Dei lo assistono mettendogli sulla sua strada un capoturno, caporeparto o caposquadra educato, la sua vita può anche scorrere tranquilla ad affrontare i soli problemi della vita cosmica e del ciclo produttivo. Ma non sempre accade così, anzi accade più spesso il contrario. Il mondo è pieno di gente che si investe dell’autorità altrui e non c’è principio d’autorità – in questo Paese – più forte di quello aziendale. C’è più democrazia in una caserma dei Carabinieri che dentro i reparti delle fabbriche. E se per tua disgrazia trovi un caposquadra incolto od arrogante e tu al momento dell’assunzione hai dovuto firmare un contratto che limita il tuo diritto di sciopero ai soli scioperi proclamati ufficialmente dai sindacati “autorizzati” – se tu cioè ti proclami uno sciopero dal basso, coi soli tuoi compagni di reparto, ti possono licenziare sui due piedi – tu sei alla completa mercé, otto ore al giorno, di quel testa di cazzo. Per tutti i giorni che manda l’anno. “Autòmata” appunto, come dice Aristotele degli schiavi. Non più persona, ma “adiectum” alla macchina. Una manopola o un attrezzo come tanti.
Prima Marchionne e i suoi compagni capiscono queste elementari cose, e meglio è per tutti. Non si può stravincere, non si può tirare la corda. Prima o poi la gente si incazza. Dice: “E l’azienda?”. Io all’azienda gli voglio più bene di te. Io ho solo quella. Tu forse no. La mia vita stessa, invece, è legata a lei. Non sono suo nemico. Io sono il suo primo alleato – la sua prima ricchezza – se solo mi sa prendere. Si chiama democrazia. E i nemici delle fabbriche sono altri, non sono io: sono quelli che le fabbriche – sia a me che a te – ce le vogliono far chiudere sotto i gravami d’una società bloccata o sognando che sia possibile un mondo in cui si sta bene ma non si produce. Vogliono la bicicletta per correre in mezzo al verde, per esempio, ma non vogliono gli altiforni necessari per produrla.
Non mi tenere ancora lì dentro trattandomi da subumano, uno – come può dire solo un ministro nazionalsocialista – “che l’intelligenza ce l’ha nelle mani”.
Lui ce l’ha nei piedi eventualmente, gli venga la pellagra.
Gennaio 2011

20

02 2011

5 Comments Add Yours ↓

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  1. Davide Molteni #
    1

    Mi piace il revisionismo sul sindacato. Manifestazioni per fare bisboccia. Sindacalisti ubriaconi e smanazzatori. Bravo Pennacchi fai un bel servizio alla triplice

  2. buno #
    2

    purtroppo condivido ,
    condivido l’analisi , e condivido anche la rabbia,
    e l’augurio della pellagra.

    Che che estendo a molti dei miei colleghi che hanno fatto in maniera di fallire la cooperativa dove lavoro. Che schifo!

  3. adamo mergola #
    3

    Premesso che non conoscevo il Sig. Pennacchi,ho avuto il piacere di ascoltare una sua intervista durante una mia convalescenza. Non guardo molto la tele,perchè ormai la comunicazione è interesse, ma non vorrei aprire argomenti assai lunghi e con delle opignoni soggettive a riguardo.
    Tornando al Sig. Pennacchi lo trovo interessante,con un pensiero da vero comunista,come del resto,ormai non se ne trovano molti.Appunto non ci sono più menti capaci di arrivare a capire l’esigenze dell’essere umano.E come dice il Sig. Pennacchi,che va di paripasso col mio pensiero,- il pensiero comunista e traviato e nascosto sotto forma di ribellione e falso moralismo-.
    Concordo,il mio pensiero si sposa con il suo,alla sinistra serve un lider con delle idee come le sue o le nostre,con delle idee che si dirigono verso il popolo,no verso il potere o per chi lo esercita.
    Riguardo alla mia premessa mi fa piacere di approfondire la mia conoscenza riguardo al Sig. Pennacchi,leggendo dei suoi libbri.
    Cordiali saluti Adamo.

  4. Egilas #
    4

    Antonio
    ma ti rendi conto del fatto che già 25 anni fa, in quella fabbrica, noi trattavamo sulla produttività misurata in ore standard e oggi questi cialtroni che ci governano si illudono di fronteggiare la crisi tagliando i trasferimenti agli enti locali cercando di introdurre i costi standard, ma probabilmente non avendo idea di cosa siano?

  5. 5

    No, volevo solo esprimere la mia divertita e sincera ammirazione, dopo aver letto il “Canale Mussolini”, consigliatomi da una nipotina, contadina per vocazione. Doveva vincere lo Strega. Per il suo sapore autentico di terra, per il suo piglio scanzonato e libero sia dalla censura di destra che dalla censura di sinistra,senza tabù culturali e democratici. Per l’invenzione del linguaggio arruffato, ripescato evidentemente dal proprio passato, scavalcando la formazione accademica successiva.
    Invece mi ha deluso poi “Palude”, che credo sia stato scritto dopo (non mi sono raccapezzato con le date dell’editore). Perché sembra voler prolungare il plauso del precedente, perché sembra voler mettere al riparo il precedente da eventuali accuse di nostalgia, esibendo le proprie referenze. Perché mostra troppa assuefatta collusione con il qualunquismo, tollerandolo come simpatico carattere italiano. Perché si ripete attingendo allo stesso repertorio geniale di stile discorsivo, ricco di genuine battute da bar, ma più ricco di comica televisiva che di poesia. Anche la continua traduzione in parentesi delle frasi in veneto è superflua e didattica, come anche un po’ didattici diventano qua e là i compendi degli avvenimenti storico-politici. Mi resta la simpatica sorpresa dell’altro romanzo, che rivela una possibile liberazione dalla piatta maniera letteraria contemporanea. Auguri.



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